Intervista ai due pilastri della pulizia e dell’ordine: Loris e Giuliana

29 01 2010

di Lisa Caresia, Francesca Laura Nava, Martina Sevegnani

I nostri bidelli

Dopo il nostro successo con l’intervista a Marisa, abbiamo deciso di scoprire qualcosa di più riguardo agli altri “personaggi” presenti nella nostra scuola, e che ogni giorno ne animano i corridoi, siamo quindi andate a incontrare

Loris e Giuliana, i bidelli al pian terreno.

Giuliana Loris
Il tratto principale del tuo carattere? Troppo buona.. Troppo buono.. (ehi, non copiarmi le risposte!)
La qualità che preferisci in un uomo, e in una donna? Lealtà e sincerità, sia da parte di un uomo che di una donna Sincerità, in entrambi.
Il principale difetto? Impulsiva. Nervoso.
Il giorno più felice della tua vita? Sono tanti, il matrimonio, la nascita dei miei due figli. Nessuno.
La persona scomparsa che richiameresti in vita? Mio padre. Mia nonna.
La materia scolastica preferita? Matematica. Economia e diritto.
La città preferita? Parigi. Roma, senza dubbio. Che bella!
Se avessi qualche milione di euro, cosa faresti? Mi comprerei una casa, una macchina, farei qualche viaggio, lascerei il lavoro. No, anche il lavoro è importante. Li dividerei con mia sorella e con quello che mi resta provvederei a me.
La tua cantante preferita? Mina. Tutta le cantanti italiane.
Il tuo attore preferito? E l’attrice? George Clooney e Sofia Loren. Non sono mai stato una persona che deve fissare un personaggio e mettere gli altri in secondo piano.
La canzone che canticchi più spesso sotto la doccia? “Scende la pioggia” (sia calda che fredda) Dipende dall’umore, anche canzoni da cimitero.
Il personaggio storico che ammiri di più? Giuseppe Mazzini. Pure (ma solo perché l’ha detto lei)
Il primo amore? Un compagno di scuola a quattordici anni, se si può chiamare amore. Ho mai avuto un amore?
Se non avessi fatto il mestiere che fai adesso, cosa faresti? Sono soddisfatta del mio lavoro. L’autista o il cuoco.
Il dono di natura che vorresti avere? Essere bella e magra. Essere bello.
Stato d’animo attuale? Tranquilla e serena. Dopo il caffè ancora meglio.
Il tuo motto? Sempre avanti… …e mai passion.
Difetto dell’altro? Non si trova mai, è un fantasma! Un beep lunghissimo
Pregio dell’altro? È una persona carina, gentile e disponibile, quando vuole! Nessuno!
La cosa che non sopporti dell’altro? Non si trova mai. Ogni tanto schizza!
Cos’hai pensato la prima volta che l’hai visto/a? È una persona carina e gentile! Ci siamo fatti un sacco di risate, specie i primi anni! Devo lavorare tutta la vita con lei?!




La Venere del Prati

29 01 2010

di Lisa Caresia, Martina Sevegnani e Francesca Nava

Durante una visita al Prati, non può certo mancare di imbattersi in una delle colonne portanti di questa scuola. Una donna descritta dal preside stesso come “ la Venere del Prati ”, sempre disponibile e solare, che con la sua allegria riesce a donare un sorriso e un pizzico di gioia in più ad ogni studente e professore.

E per chi non ne conoscesse gli aspetti più interessanti, ecco un’intervista a cui l’abbiamo sottoposta durante la prima giornata di cogestione.

Siamo subito accolte da Marisa con la sua solita cordialità e dose di esuberanza e cominciamo immediatamente con le domande.

Il tratto principale del tuo carattere ?

Beh, di certo, come potete notare, la spontaneità, e la disponibilità !

E il tuo principale difetto ?

Bèh, penso di essere troppo pignola nel mio lavoro. Altri mi dicono che sono troppo immediata [ -Preside ] e che non uso mezzi termini.

Il giorno più bello della tua vita ?

Sicuramente la nascita dei miei due bambini..

La materia scolastica preferita ?

Italiano, non di certo greco o latino !

Il colore preferito ?

Il nero, anche se non è un colore.

Il fiore preferito ?

La rosa.. Sono romantica..

Se avessi qualche milione di euro cosa faresti ?

Un viaggio, in un’isola deserta. Dovunque, basta che ci sia il mare.

Il libro preferito di sempre ?

E’ stato il mio primo libro, e mi è rimasto nel cuore per quello. Il treno di Lilliput.

Il modello a cui ti ispiri ?

Non ne ho, sono me stessa. Marisa è Marisa.

Se non avessi fatto il mestiere che fai adesso, cosa faresti ?

L’architetto.

[ «La DJ ! » -Bidella Eletta ]

Lo stato d’animo attuale ?

Sereno, sono tranquilla. E si vede.

Il tuo attore preferito ?

(Silenzio, indica il poster appeso alla parete alle sue spalle)

C’è bisogno di chiederlo ?

(Ci mostra una gigantografia di Raul Bova; al che la sua fantasia la porta ad immaginare un futuro che la veda sposa dell’attore, che è il suo grande amore e suo amante).

Com’è il tuo uomo ideale ?

Alto. Alto. Mio marito indovina quanto è alto ! Uno e ottantasei. Anche se io sono bassotta lui è alto. Ahò, mi piacciono alti ! E anche gentleman.

E ricchi no ?

Non credo che la ricchezza faccia la felicità, io sto bene così. Dietro alla facciata dei soldi si nascondono sempre problemi.

La qualità che preferisci in una donna ?

La sincerità.

(in sottofondo: Sincerità – Arisa)

La paura maggiore ?

Il buio.

La canzone che canti spesso sotto la doccia ?

Claudio Baglioni.. e il primo LP dei Pooh, Alessandra, si chiamava.

Il tuo motto ?

Marisa ha un motto ogni giorno. Oggi è “ Viva la Cogestione al Prati, Bambini divertitevi ! ” – L’ho scritto anche su Facebook.

(Squilla il telefono, Marisa risponde:

“ Eh, no non adesso, sono impegnata a salutare le mie bambine, le mie piccoline ! ”)

E in fondo è proprio così che ci sentiamo: noi studenti del Prati siamo un po’ tutti figli e figlie della signora Marisa.





Autonomia del Trentino nel secondo dopoguerra

29 01 2010

di Angelica Giovannini

La lezione di approfondimento sulla nascita dell’autonomia in Trentino è stata tenuta dal professore Giuseppe Ferrandi, autorevole storico, ex professore del Prati e oggi direttore generale del Museo Storico di Trento.

La definizione di “autonomia” ha costituito l’introduzione della conferenza; in linguaggio giuridico istituzionale significa la possibilità di attuazione di una forma di autogoverno.

Si inizia a parlare di “autonomia” con la nascita di uno Stato nazionale forte, in particolare un ruolo fondamentale in questa fase di sviluppo lo giocò la Francia con la Rivoluzione. Infatti, solo uno Stato solido può concedere diritti di autonomia; ad esempio, nel caso dell’affermazione dei poteri locali nella società feudale, non è ovviamente necessario.

Per quanto riguarda il Trentino, si parla di uno Stato forte nel periodo tra 1814-5 e 1918, con l’occupazione asburgica. La nostra regione costituiva il cosiddetto “Tirolo storico”, lo stesso Trentino era chiamato Sudtirolo nell’ambito di un impero multinazionale, caratterizzato da 22 lingue.

Nel 1945 il Tirolo storico venne occupato da Americani, Inglesi e Sovietici (che rimasero a Vienna fino al 1956), mentre le truppe nord-iugoslave invasero l’Istria, la Dalmazia e Fiume. In questo clima di instabilità Alcide Degasperi, presidente del Consiglio, firmò con Karl Gruber l’Accordo di Parigi il 5 settembre 1946, oggi ricordato come giorno dell’autonomia. Secondo il Trattato, lo Stato italiano si impegnava a mantenere e concedere l’autonomia alla minoranza tedesca. Tuttavia, tra le tre versioni firmate (in inglese, tedesco e italiano) vi erano delle discordanze. In particolare, le versioni inglese e italiana affermavano che l’autonomia dovesse essere concessa nell’ambito territoriale abitato dai Tedeschi, mentre invece l’Accordo in lingua tedesca dichiarava che questa dovesse essere ammessa alla minoranza tedesca. Dopo la guerra, l’Italia non poteva concedere l’autonomia ai soli tedeschi, per ragioni ovviamente politiche ma anche per non perdere il controllo sulle infrastrutture altoatesine (ad esempio, centrali elettriche); quindi, l’ Accordo di Parigi fa sì che anche il Trentino diventi corresponsabile dell’autonomia.

Nel 1948 venne approvato il Primo statuto dell’autonomia, una legge costituzionale che, in quanto tale, entra in vigore solo con una lunga procedura che prevede due voti dei due ranghi del Parlamento entro sei mesi sullo stesso testo.

Non appena i Russi lasciarono Vienna e l’Austria si dichiarò neutrale (per la sua posizione strategica non aderì né alla NATO né al patto di Varsavia), iniziarono le rivolte degli altoatesini contro lo Stato centrale, le stesse che i Trentini avevano rivolto prima del 1918 contro l’impero austriaco. Nel 1957 venne proclamato a Castel Firmiano il famoso “Los von Trient” che originò una serie di ribellioni che culminarono negli anni ’60 con numerosi attentati. Lo Stato italiano pensò di risolvere la questione con l’invio dell’esercito, ma ciò non provocò altro se non la protezione e l’approvazione dei terroristi da parte della popolazione. Poi, nella seconda metà degli anni ’60, vennero impiegati i servizi segreti che cancellarono definitivamente ogni traccia delle insurrezioni.

Nel 1972 venne approvato il Secondo statuto dell’autonomia, modifica del Primo. Sigla la nascita di un sistema tri istituzionale basato su tre enti: Regione e le due Province autonome. Negli anni ’90 venne applicata un’ulteriore riforma al Secondo statuto che vedeva la Regione come organo di collegamento tre le due Province.

L’autonomia, oggi, permette di legiferare su alcune materie, divise tra concorrenti (che concedono l’interpretazione di leggi statali, ad esempio nell’ambito dell’istruzione, le riforme Gelmini – Dalmaso) ed esclusive, che attribuiscono alle sovrintendenze provinciali le stesse competenze di quelle statali (ad esempio, nei casi della sanità e della formazione professionale). Esercito, Carabinieri e Polizia, assieme all’ordine dei giudici sono le uniche categorie che non possono essere provincializzate.

Poi è seguita una riflessione sul ruolo dell’autonomia nello sviluppo del Trentino; nel censimento del 1951 la nostra regione era tra le più povere d’Italia, con un PIL inferiore a quello della Basilicata. Poi, grazie alla vera autonomia viene aperta la possibilità di uno sviluppo del piano industriale, nel 1970 si arresta il saldo emigratorio, fino ad arrivare al “modello Trentino” (Primopiano – Corriere della sera, 26 ottobre 2009) che conosciamo oggi.





Jane Austen: la donna e la scrittrice

29 01 2010

di Yasmin Zouggari

Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento, Persuasione, Emma….questi sono alcuni dei capolavori che Jane Austen ha composto e fino ad ora restano i libri più amati e più venduti sebbene tutti i giorni compaiano sugli scaffali delle biblioteche scritti di ogni genere, peccato però che pochi di questi riescano a distinguersi nelle nostre librerie. Ogni libro pubblicato da Jane Austen ha riscosso grandissimo successo, sopratutto “Orgoglio e Pregiudizio” che è in vetta alle classifiche dal 1813 ossia da quando è stato pubblicato. Jane viene studiata in tutte le scuole perchè è reputata una delle scrittrici più famose dell’ Inghilterra se non una delle migliori al mondo. Ora però la cosa più importante non è informare di ciò che ha scritto e come lo ha scritto, perchè si ha modo di studiarlo durante gli anni che si trascorrono al liceo. Ora è bene informare sul periodo in cui ha vissuto con chi ha vissuto e se questo ha influenzato il suo modo di scrivere.

Le informazioni che sono state raccolte provengono dalla conferenza che la studentessa Giulia De Martin ha tenuto in 4e.

L’ amata scrittrice viveva nel periodo Regency ( 1760-1811) nel quale, in Inghilterra cambiarono molte cose dalla politica alla moda e l’ aristocrazia seguiva le ferree regole dettate dal bon tòn. L’ infanzia di Jane è stata principalmente caratterizzata dalla figura del padre, infatti le diede una vasta educazione letteraria ed è per questo che fu l’ unica, con la sorella Cassandra, a frequentare una scuola privata. Oltre che a una preparazione di genere letterario il padre le insegnò il francese e l’ italiano perchè molte canzoni erano scritte in queste lingue. A quell’ epoca una donna che riceveva una vasta educazione come quella di Jane veniva considerata inopportuna perchè la moglie sarebbe stata più intelligente del marito, infatti in un dialogo del film che è stato mostrato alla conferenza il padre di Jane dice che la dote più temuta da un uomo è l’ arguzia e l’intelligenza di una donna. Questo perchè nell’ età Regency solo gli uomini ricevevano un’istruzione completa mentre le donne a scuola facevano economia domestica, quindi un argomento come la politica e la scrittura di libri veniva affrontato solo dagli uomini.

Jane per la sua carriera prende spunto da Ann Radecliff una scrittrice molto popolare nel mondo femminile, che purtroppo anche se molto famosa non si considera tale perchè la società sminuisce la posizione di suo marito.

Nell’ età della giovinezza Jane viene giudicata da una certa Mrs Mitford come una farfalla sciocca in cerca di marito, questo giudizio è dovuto all’ etichetta che c’era in quel periodo, infatti per essere giudicate come delle brave ragazze e ben educate si doveva seguire un certo protocollo, che la nostra scrittrice non amava seguire poiché lo giudicava come un’ attenzione inutile. Soffermandosi sulle abitudini volute dall’epoca nell’ età Regency c’era un regolamento ben preciso per le visite, infatti gli ospiti non si dovevano fermare più di mezz’ora,e dopo cena se gli ospiti si intrattenevano si giocava a Charade un gioco in cui i concorrenti dovevano indovinare le parole composte che si spiegavano. Per far capir meglio agli studenti che differenza c’è tra quei tempi e i giorni nostri due studenti hanno recitato l’ incontro tra un ragazzo e una ragazza nell’ età Regency e nei giorni d’ oggi. E se permettete un commento devo dire che la specie dei gentil uomini si è estinta.

Ora parliamo della vita amorosa: come si sa la famosa scrittrice ha scritto principalmente romanzi d’amore, infatti Jane era legata sentimentalmente a Thomas Lefroyd che però non ha potuto sposare perchè lei non aveva una dote molto ricca e lui non guadagnava molto sebbene fosse un’ avvocato.





E il Greco nacque Barbaro

29 01 2010

Considerazioni su una teoria di J. F. Lafitau

di Stefano Cristelli e Lukas Schulmers

“Anche i Greci, un tempo, furono dei barbari”. E’ con questa inaspettata sentenza che si è aperto ieri mattina il gruppo omonimo, presieduto dalla professoressa Elena Franchi, docente di lettere classiche all’Università di Trento. L’incontro è durato poco più di un’ora e ha visto protagonisti studenti del liceo quanto del ginnasio.

A dire il vero, spiega la Franchi, il termine più adeguato sarebbe “selvaggi”. Resta da spiegare il motivo di tale attribuzione. In cosa la civiltà greca, considerata madre dell’odierno Occidente e generatrice di tutte le arti, si dimostra tanto primitiva? Di fatto, nella sua stessa primitività.

Il dibattito prende spunto dalla teoria più famosa di un noto missionario gesuita francese del ‘700, tale J. F. Lafitau. Il chierico, svolgendo il proprio incarico nella regione del Canada, incontrò ed ebbe modo di studiare lingua e costumi irochesi. Di qui lo scandalo: l’intraprendente sacerdote formulò un’ipotesi per la quale i Greci condivisero, a loro tempo, le abitudini tribali tipiche delle popolazioni da lui osservate. Chiaro che in breve lo scalpore si trasformò in condanna e la tesi di Lafitau non venne nemmeno considerata. Salvo poi, alcuni decenni dopo, essere ritirata in ballo ed esaminata: ciò che si voleva dimostrare, sostanzialmente, era che la fase vissuta dagli indigeni non rappresentasse tanto un’eccezione, quanto piuttosto un momento imprescindibile nella storia di qualsiasi gruppo sociale.

Senza alcuna differenza, per cui, anche i Greci avrebbero dovuto attraversare una situazione simile: la loro componente “selvaggia”, insomma, dovrebbe essere tutt’altro che fantastica. Comprovare questa tesi è tuttora il compito di numerosi studiosi.

Ma cosa s’intende esattamente con “abitudini tribali”? A prescindere da quelli che sono i riti religiosi e sacrali a noi ben conosciuti (libagioni, sacrifici e consultazione della volta celeste), sono le cerimonie d’iniziazione a rappresentare il nesso che congiunge Greci e popolazioni indigene. Popolazioni, queste, da intendersi non tanto come “sotto-sviluppate” – termine che suona inadeguato in un contesto simile -, quanto legittimate nella loro transizione del loro sviluppo stesso.

Di quali riti d’iniziazione si discuta, la professoressa Franchi lo spiega subito: lotte che contrappongono individui della stessa età in gare d’eccellenza, prove di resistenza fisica quali mutilazioni, tatuaggi (talvolta delle vere e proprie escoriazioni, in altri casi tatuaggi effettivi incisi dal medico o dallo sciamano della tribù) o dimostrazioni varie di coraggio quali tuffi o balzi da diverse altezze. Anche il taglio della barba, nel contesto simbolico, rappresenta il passaggio dalla giovinezza all’età adulta: il tutto consisteva nella rasatura e nell’offerta della primo pelo agli dei.

L’analisi offerta dalla Franchi presuppone la considerazione di tre momenti storici ben definiti. Si parte dallo scontro cosiddetto “dei Campioni”, narrato da Erodoto nel I libro delle sue Storie. A contendersi l’area della Tirreatide sono Argivi e Spartani. Questi ultimi si ripresentano nel secondo episodio, ambientato stavolta in Argolide, e descrittoci, oltre che dal solito Erodoto, anche da Pausania (sebbene le discordanze fra i due testi risultino naturalmente evidenti). Per ultima, poi, è stata citata dalla professoressa una battaglia relativamente sconosciuta. Si tratta di una schermaglia riguardante l’ “inesistente” popolo degli Iulami. Inesistente per modo di dire: l’antropologo che lo studiò preferì fornire indicazioni fittizie riguardo all’ubicazione e al nome degli indigeni, in modo da salvaguardare il loro stesso habitat.

In tutti i casi, l’attenzione dell’auditorio è stata indirizzata alla componente rituale e simbolica dell’evento. Le vittorie, gli stratagemmi e i risultati dei differenti scontri hanno rivelato una possibile connessione con i riti d’iniziazione sopracitati. I giovani dovrebbero essere stati impegnati in tal maniera per conseguire una qualifica di acquisita maggiore età. Il condizionale perché, come più volte evidenzia la Franchi, non ci è giunta alcune testimonianza diretta dal mondo greco. Le supposizioni sono perciò oggetto di continui studi e sono molte le diverse correnti di pensiero.

A concludere l’esperienza la possibilità di esporre eventuali dubbi alla Professoressa, che si ringrazia ancora per la collaborazione.








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