Verbum De Verbo

31 01 2010

di Stefano Cristelli, Enrico Dal Fovo, Angelica Giovannini

Abbiamo raccolto le opinioni di alcuni docenti riguardo alla cogestione:

Prof. ssa Improta:

La cogestione è stata organizzata bene, ma gli interventi interessanti sono stati concentrati nella stessa fascia oraria, oppure non programmati nelle aule adatte; ad esempio, non tutti quelli che lo desideravano hanno potuto assistere al film “Train de Vie”.

La professoressa propone due soluzioni al problema: presentare lo stesso film in più punti oppure organizzare due proiezioni.

Per quanto riguarda l’ordine nelle classi, la professoressa è soddisfatta poiché la maggior parte degli studenti è impegnata nei vari gruppi.

Prof. Pizzini:

Pensa che la cogestione sia stata bene organizzata, perché ha visto degli appuntamenti realizzati ad alto livello, da relatori autorevoli.

In generale è favorevole alle cogestioni perché “rappresentano un momento di crescita per i ragazzi ma anche per i docenti”. Approva le cogestioni anche quando vanno male, perché è proprio nelle difficoltà che un ragazzo si può rendere conto di quanto sia difficile organizzare, organizzarsi, andare d’accordo, definire un programma. “É una sperimentazione di quello che accadrà un domani: sbagliando si impara, e anche il fallimento può essere istruttivo”.

Prof. ssa Ruggio:

Ritiene che la cogestione sia “un rito inutile”, poiché vengono sempre svolte le stesse attività e, in particolare, pensa che le visioni dei film siano inefficaci se non seguite da un dibattito.

Per quanto riguarda ordine e partecipazione, la professoressa esprime la sua soddisfazione, infatti trova che ci sia una forte partecipazione da parte degli studenti, sia per quanto riguarda l’affluenza sia l’ordine all’interno della scuola, forse favorito dall’assenza delle terze.

Prof. ssa Malaspina:

Apprezza l’ordine e la disciplina, in particolare approva l’operato dei ragazzi della “security” e dei rappresentanti, che ha definito più seri e responsabili; afferma che le assenze hanno procurato qualche fastidio.

Prof. Ruele:

Ritiene ci sia stato “un buon mix tra leggerezza e impegno”. Le attività svolte sono state interessanti e organizzate in modo ordinato ed efficace. Ha constatato interesse e gradimento da parte degli studenti, pur avendo notato diverse assenze. In quest’ultimo caso, la cogestione ha rappresentato “un’occasione mancata”, considerando gli investimenti della scuola.

Prof. ssa Fuganti:

Quest’anno ha partecipato alla cogestione da spettatrice, con maggiore libertà di scelta e conseguente giudizio. Ha apprezzato in particolare il corso di fotografia e l’incontro di approfondimento su Jane Austen. L’opinione è perciò positiva, sebbene si dichiari “molto dispiaciuta” dell’assenza delle terze liceo.

Prof. ssa Maurina:

Ha assistito alla cogestione dall’esterno. Ha notato un’organizzazione efficiente ed ordinata: in particolare ha riscontrato negli studenti del ginnasio “un evidente entusiasmo che ha portato ad una percentuale relativamente bassa di assenze”.

Prof. Taufer:

Ha definito la cogestione “rispettosa delle regole di civile convivenza” e “assolutamente ordinata”, con una buona partecipazione.

Prof. ssa Stenico:

Ha trascorso la cogestione nel tentativo di partecipare a molti gruppi. Non ha potuto mettere a confronto questa edizione con le trascorse, poiché il soggiorno linguistico in Irlanda gliene precludeva la possibilità. Si è potuto testare “un ambito di apprendimento dove si sviluppano nuove competenze che solitamente la disciplina mantiene nascoste”.

Anche altri professori hanno approvato l’organizzazione di questa cogestione.





Quando le parole non servono

31 01 2010

Nascita di un’immagine umoristica, Dott. Dalponte

di Lisa Caresia, Martina Sevegnani e Francesca Nava

Liceo Prati, ore otto e dieci. Un’aula semivuota o meglio, con soli quattro o cinque occupanti [relatori compresi]. E’ questo che troviamo ad accoglierci appena entrati nella classe in cui si era riunito l’esiguo gruppo sulla nascita dell’immagine umoristica.

Nonostante la scarsa affluenza, non ci siamo demoralizzate e abbiamo seguito per quasi tre ore un interessantissimo dibattito tenuto dal dottor Paolo Dalponte, noto pittore e umorista, che segue la corrente surrealista.

Scrivono di lui: Una grafica umoristica del tutto singolare data dall’insolito connubio tra la carica ironica dell’immagine e la perizia del disegno [la redazione di Smemoranda].

Per prima cosa il relatore ci ha detto che, fattori culturali e diversi modi di vivere condizionano il modo di “fare arte” di ognuno. Ci ha poi illustrato la sua idea di immagine umoristica, mettendola a confronto con la definizione che ogni Paese ha di “ caricatura ”.

La differenza tra i due termini è che la prima significa trasporre sulla carta qualcosa che, usando una metafora, dia un significato completamente diverso, la seconda invece, in Italia, è l’accentuare un difetto a scopo umoristico. In altri paesi, come quelli dell’Est, le due definizioni si fondono, in modo che dire “ caricatura ” in Russia, equivale al concetto di immagine umoristica di noi Europei.

Successivamente ci ha mostrato alcune delle vignette umoristiche di sua invenzione e ci ha spiegato i meccanismi più comuni utilizzati per la loro realizzazione. Uno di questi è, come abbiamo citato prima, la metafora, ovvero utilizzare un concetto per esprimerne un altro. La cosa ci è apparsa più chiara quando abbiamo visto la vignetta di quattro sedie racchiuse in un foro praticato in un tavolo; questo stava a rappresentare un ambiente familiare che dà sì sicurezza, ma anche il senso di soffocamento e la voglia di fuga che provano molti giovani.

Un’altra tecnica che lui utilizza molto spesso nelle sue vignette, è il rimpicciolimento di un oggetto rispetto ad un altro. Per questo motivo nelle sue vignette l’oggetto più grande è quello a cui lui ha voluto dare significato e importanza maggiori.

Utilizza infine l’ossimoro, ovvero l’accostamento di due concetti completamente opposti, come si può notare nella vignetta qui affianco.

Essa infatti è intitolata “ La legge è uguale per tutti ”, ma i numeri indicati dai dadi sono differenti, ad indicare che, purtroppo, non sempre è così.

Durante il suo discorso il dott. Dalponte si è mostrato molto attento a vari problemi sociali. Per esempio ha espresso il suo dissenso all’uso eccessivo dei cellulari, al fumo, alla svalutazione della lettura, della scrittura manuale e della lingua stessa da parte dei giovani, a questa società sempre più sottomessa al potere dei soldi. Nelle sue vignette esprime quindi anche una sorta di denuncia che, pur essendo muta, colpisce molto di più di quanto potrebbero fare molte parole.

-Ricerca di forme di energia alternativa.





David Gale

31 01 2010

di Dario Amadori

Inizia in aula d’arte e si conclude nel gabinetto di fisica a causa di problemi con l’audio la proiezione del film “The life of David Gale”. E buon cast non mente: Kevin Spacey, Kate Winslet (attrice principale in Titanic) e Laura Linney sono i principali protagonisti di un film che spezzerebbe il cuore a chiunque.

David Gale è un brillante insegnante di filosofia che si batte con cuore insieme alla collega Costance Harraway contro la pena di morte. Egli viene accusato di aver stuprato una sua studentessa: questa però ritiene di essere troppo traumatizzata per continuare con la querela e quindi Dave viene scagionato. A causa di queste accuse però il professore perde il lavoro e viene lasciato dalla moglie che non gli permette più di vedere il figlio. Ma il peggio deve ancora arrivare: Costance viene trovata uccisa in circostanze molto strane. La donna infatti viene rinvenuta in casa sua distesa sul pavimento della cucina, ammanettata e con un sacchetto di nylon in testa che le ha causato la morte per soffocamento. A causa di prove schiaccianti e lampanti David viene condannato a morte per stupro e omicidio. Ma tre giorni prima di essere giustiziato decide di raccontare la sua vera storia alla giornalista Bitsey Bloom, che ne rimane sconvolta e decide di cercare un modo per provare la sua innocenza.

Secondo me questo film merita davvero di essere visto: amore, compassione, rabbia, crudeltà e forse anche una leggera perversione si intrecciano in una pellicola drammatica che credo abbia lasciato in tutti noi spettatori un profondo senso di tristezza. E’ la dimostrazione che alcune persone possono arrivare a sacrificare la loro vita nella speranza di cambiare qualcosa di questo mondo senza senso. In questo caso particolare David Gale vuole convincere i maggiori esponenti politici texani che la condanna a morte ha ucciso persone innocenti.





AVIS e AIDO, associazioni per la vita

30 01 2010

Garanzie, responsabilità, consapevolezza

di Stefano Cristelli

AVIS. Associazione Volontari Italiani Sangue. Una sigla conosciuta da molti. In cosa consista esattamente, però, l’ha voluto definire ieri mattina il donatore ospite del nostro istituto (anonimo, purtroppo!).
L’incontro, strutturato attorno alle parole “perché” e “garanzie”, ha preso il via dalle esperienze personali dell’ex-insegnante impegnato nell’incontro. E’ importante essere coscienti del motivo per cui si vuole donare sangue. Anzitutto, per aiutare il prossimo, certo. In termini più concreti, per far muovere una vera e propria “industria” del sangue, in virtù della quale sono stati rafforzati i legami commerciali con numerose nazioni. Non bisogna dimenticare, infatti, che il mercato del sangue rappresenta un’esperienza fondamentale nell’economia di tutto il globo. “Ce n’è un bisogno assoluto”, spiega il volontario, insistendo poi su un dato importante: la nostra regione, a conti fatti, risulta essere completamente autosufficiente e questo ci permette una particolare mobilità monetaria. Va inoltre ricordato, continua l’ospite, che poco tempo fa a Trento è stato inaugurato un nuovissimo reparto di ematologia, in grado di affrontare adeguatamente i casi leucemici della nostra zona.
Se si nomina il commercio, però, non vanno dimenticate anche le garanzie, di cui, se trasfusi, bisogna disporre. Non meno, se donatori, è necessario potere offrire un prodotto certo. Ecco perché si dovrà diffidare di sangue proveniente da Nord o Sud America, come anche da paesi asiatici. Questo per un fattore di responsabilità individuale, che talvolta può venir meno in realtà differenti da quella europea. Si passa agli esempi: qualche anno fa, a Firenze, alcuni trasfusi hanno ricevuto, per errore dei medici, il virus dell’HIV. Casi simili, considerati qui eccezionali, sono invece frequenti in altre situazioni (lo stesso “errore” era capitato in Centro America, dove i contagiati superarono le tre cifre, ndr). E’ importante quindi essere consapevoli del donare: un gesto di aiuto può trasformarsi nel suo perfetto contrario.

Riguardo alle strutture attrezzate per tali operazioni, è stata nominata la Banca del Sangue presso Villa Malta,  nelle vicinanze della più nota Villa Igea. Si è sottolineata la serietà con cui avviene ogni tipo di trasfusione (il materiale è sempre e comunque “usa e getta”), che può essere di due tipi: completa o attraverso la cosiddetta plasmaferesi. Quest’ultima consiste nell’effettuare ricambi di globuli rossi al volontario, nel caso il suddetto risulti carente in ferro. Va ricordato poi che sotto i  50 chilogrammi non è possibile effettuare donazioni. Gli individui di sesso maschile possono recarsi alla Banca del Sangue con una frequenza di al massimo quattro volte in un anno, distanziando ogni seduta di circa tre mesi. Per quanto riguarda le donne, per via del ciclo mestruale, possono donare sangue solo due volte nell’arco di dodici mesi. Prima di rendersi disponibili, contattare l’associazione che stabilirà o meno l’idoneità del volontario.

Poco prima della fine delle lezioni, ad intervenire è stato un altro volontario, questa volta dell’AIDO. L’Associazione Italiana Donatori Organi nasce a Bergamo nel 1973. Lo scopo è fornire una possibilità futura, ossia post mortem, per la quale ogni cittadino possa scegliere di cedere i propri organi a chi, in pericolo di vita, ne necessiti. Lo stato, per una legge del 1999 in realtà mai applicata, dovrebbe informare ogni persona di questa eventualità, e stabilire su scala generale chi sia disponibile a praticare il gesto della donazione. Si tratta di una volontà in ogni caso modificabile nel tempo. Importante ricordare che per eventuali donazioni la privacy è assoluta: il ricevente non saprà mai chi sia stato il donatore. E il Trentino raggiunge un altro primato: nessun cittadino si è dimostrato contrario a questa pratica.

Qui di seguito si allegano i link delle due associazioni: per ulteriori informazioni contattare il personale.

AVIS – http://www.avis.it

AVIS Trentino – http://digilander.libero.it/fadange/Avistrento/index.html

AIDO – http://www.aido.it/





Ritmo Latino

30 01 2010

di Maddalena Argiropoulos

Musica, ritmo, luci, mille vortici, baci e tutto così confuso. Chi non ha mai visto queste immagini su una movimentata pista da ballo? La discoteca, per quanto possa essere apprezzata, non ha niente a che vedere con i balli latini. Da una massa confusa di corpi si passa all’energia pura della coppia o del gruppo. L’importanza socio-culturale che ha il ballo in America Latina si può cogliere camminando per le strade colorate dove la musica non manca mai, dove nulla si ferma e tutto ha vita.

I bambini e le bambine – si dice – imparano prima a ballare che a camminare e vedendoli non è così difficile crederci. La scioltezza, la semplicità e la disponibilità con cui si balla rende i popoli latino americani incredibilmente vivaci e accoglienti.  Non mi riferisco solo agli spettacoli dove bellissime ballerine si esibiscono, ma a tutti i posti dove le persone si trovano a ballare.

Ci sono moltissimi balli diversi che permettono a tutti di scegliere il più adatto al proprio spirito, ma una cosa è certa non esiste persona che non possa divertirsi ballando. Il più elegante è sicuramente il son, ballato inizialmente dai coloni europei; poi c’è la diffusissima salsa cubana che con alcune variante diventa salsa portoricana, il cha cha cha che canticchiamo tutti i giorni senza saperlo, il mambo, ballo di gruppo per eccellenza che ogni tanto fa il suo ingesso nelle discoteche, il merengue di Haiti, il nostalgico bolero, la baciata, ballo sensuale per eccellenza, il moderno reggaeton. Se avete in programma di andare in Sud America non mancate di fare un corso base di salsa che vi aiuterà molto anche negli altri balli oppure un corso di latini in genere; altrimenti sarà come andare senza sapere una parola di nessuna lingua straniera. Potete iniziare sabato 30 gennaio alle 10.50 in Palestra per  fare un piccolo ‘assaggio’.





Progetto paesaggio: conferenze e seminari

30 01 2010

Le proposte del Progetto Paesaggio sono rivolte a studenti e docenti, le conferenze sono aperte anche al pubblico.
Gli studenti possono partecipare liberamente alle conferenze, alle lezioni, alle visite guidate.
Attenzione: partecipando alle iniziative del Progetto Paesaggio si può aver diritto a punti di credito scolastico in

Veduta di Trento con il Monte Bondone a sinistra e le Dolomiti di Brenta sullo sfondo (foto Agh)

funzione delle ore complessive dedicate.
Gli studenti di terza liceo possono utilizzare come “tesine” le ricerche eseguite nell’ambito del Progetto.

PROSSIMI APPUNTAMENTI:
LUN 1 febbraio ore 17.00: PAESAGGI ELLENICI, conferenza della prof. Lia Guardini
MER 3 febbraio ore14.30 IL PAESAGGIO GEOMORFOLOGICO DELLA CONCA DI TRENTO, seminario dei prof. Avanzini e Ferretti

Programma completo





Suoni Contemporanei

30 01 2010

Racconti odierni della musica, a cura del professor Cosimo Colazzo

di Enrico Dal Fovo

Nella seconda parte della mattinata del 28 gennaio, primo giorno di cogestione, ha tenuto un incontro sulla musicologia post-moderna il direttore del Conservatorio di Musica F. A. Bomporti di Trento, Cosimo Colazzo, musicista e compositore premiato a livello internazionale: un excursus sullo sviluppo moderno della musica nell’ambito odierno, intervallato dall’ascolto di brani significativi. L’intento del professore era di parlare di storia della musica, ma anche di creatività musicale, intesa come esperienza di ricerc, vertendo meno sulla musica di uso “rapido”, industriale – senza nessuna connotazione negativa – e più sull’investimento individuale del musicista.

La musicologia e la crisi del post-moderno:

Il musicologo moderno – non post-moderno – si occupava di un fatto storico incerto, ricercando dati precisi e costruendo una rete di connessioni per scoprirne la fondatezza: la musicologia diventava quasi una pratica scientifica, una ricerca di prove per sostenere teorie. Tra gli anni ‘70 – ’80, però ci fu una crisi: la storia della musica era diventata troppo “gerarchizzata”, in quanto lo storico aveva libero arbitrio nel proporre la propria versione dei fatti, la propria idea sull’importanza o meno di un dato brano o di un dato compositore; gli eventi erano diventati una narrazione, un racconto, credibile solo per la capacità di persuasione, per l’ordito della trama. Perciò la musicologia post-moderna cominciò col minare la fiducia nell’infallibilità dello storico della musica, dedicandosi soprattutto al particolare, evidenziando la forzatura operata sui contenuti per seguire le tradizioni: per esempio, se la musicologia moderna non si dedicava minimamente alle compositrici, la musicologia post-moderna si interessò molto al femminismo. Fu eliminata qualunque gerarchia, cercando di dare un’idea d’insieme: lo storico si sarebbe dovuto accostare a qualunque argomento, con atteggiamento disincantato; fu riconsiderata anche la musica pop.

Quindi si abbandonò lo stimolo “scientifico” e la completa fiducia nella precisione assoluta dello storico di cui sopra, sostituendo loro una grande curiosità per il mondo presente e passato. Un passaggio avvertito anche nella musica composta: la musica contemporanea, anche prima del decennio critico, divenne una musica problematica, “diversa”, legata alle dissonanze e addirittura al rumore. Rispetto alle composizioni dell’Ottocento, riconoscibili e prevedibili, fu messa in crisi nelle opere del Novecento proprio la prevedibilità, il “mondo tranquillo” della musica, ricercando sonorità originali, inedite, espressionistiche. A questo proposito il professore cita la Sagra della Primavera di Igor Stravinskij, con le sue sonorità quasi telluriche, e fa ascoltare Pierrot Lumière di Arnold Schoenberg: questa raccolta di pezzi per orchestra da camera risulta all’orecchio spezzettata, con dissonanze in primo piano dove precedentemente erano controllate; una sconnessione rispetto al linguaggio tradizionale. Se prima una dissonanza era evitata con cura, dopo la Seconda Guerra Mondiale i musicisti ricercano scientemente questo effetto: alcuni lo rendono con il rumore, altri, come Schoenberg o Xenakis, con una razionalità, una radicalità accanita. Di Iannis Xenakis il professore porta il Quartetto d’archi, altrimenti un esempio di classicità: sennonché il compositore, con glissando, e “grattando” le corde degli archi, rende le sue partiture quasi difficili da seguire. Partiture comunque, anche se difficoltose, estremamente puntuali, mai soggette a manipolazione eccessiva da parte dell’esecutore, anzi corredate di precise indicazioni – come nel caso del glissando o del “grattato” –: quindi si ha un effetto di caos dal rigore. Del resto lo stesso Xenakis era un musicista-scienziato: architetto e ingegnere, pur votandosi alla musica, concepisce quest’ultima come costruzione della complessità caotica, si immagina masse sonore in movimento, e per comporre utilizza il calcolo probabilistico; cerca un mondo nuovo, inesplorato. Come anche nel mondo elettronico, il suono non è concepito come nota, ma come indagine a tutto campo, come creazione; si immettono nelle opere anche suoni del mondo di tutti i giorni, clacson, martelli pneumatici … In questo periodo si esplora quindi ciò che, fino ad allora, non è stato musica. Un parallelismo di questa evoluzione si può trovare nell’arte della pittura: si abbandona la figura per deformarla, farla esplodere.

Negli anni ‘70, comunque, si raggiunse una sensibilità diversa, non più radicale o sperimentale: un processo quasi retrattile che prese nome di minimalismo – fenomeno condiviso anche dalla letteratura –. Si puntò molto sulla ripetizione, sulla semplicità dei motivi; nessuna voce principale, nessuna avanguardia eroica, ma piuttosto un linguaggio quotidiano, ordinato. A questo proposito, il professore ci fornisce la testimonianza di Steve Reich: il compositore rielaborò un testo musicale ebraico per un’orchestra di circa ottanta elementi. All’inizio si ha una voce che canta accompagnata da un battito di mani e un tamburo, seguendo sempre la stessa linea; poi si aggiunge un clarinetto, e poi un violoncello, e poi sempre più strumenti in una sovrapposizione di strati; successivamente gli strumenti diminuiscono, fino a che ritornano la voce, il battito di mani e il tamburo. Uno svolgimento lentissimo in un arco ascendente e poi discendente, in cui la temporalità non ha senso, ma piuttosto si ricrea un flusso di suono. Della stessa correnteminimalista fa parte Terry Riley, di cui il professore ci fa ascoltare In C, cioè “in do”: effettivamente questo brano è nella tonalità do, che mantiene per tutta l’esecuzione. Suonato da una decina di strumenti a percussione,

Terry Riley

è in sostanza formato da segmenti che si incastrano: non c’è nessuna melodia più importante, ma quasi uno scorrere del tempo; si adatta perciò anche ad un ascolto poco concentrato, più o meno come la musica d’ambiente, mettendosi non al centro della scena ma ai margini, creando un’ “atmosfera”.

Una terza testimonianza l’abbiamo da Tabula Rasa di Arvo Pärt: anche qui vige la ripetizione, ma con un suono, si potrebbe dire, più europeo; suonata da pianoforte, archi e campane tubolari, la composizione è una scala discendente – la sol fa mi re do si la – ripresa da diversi strumenti in varie modalità. Alla fine, proprio nella partitura è segnato un lungo momento di silenzio.

Come ultimo argomento, il professore ci presenta un compositore di musica d’ambiente, prima citata: Brian Eno. Le sue opere sono un’immersione nella musica elettronica, eseguite solo da strumenti elettronici, riprendendo, come detto sopra, anche suoni del mondo esterno.





A Beautiful Mind

30 01 2010

di Enrico Dal Fovo

Il film “A Beautiful Mind” del 2001 racconta la storia del matematico premio Nobel John Forbes Nash, come è raccontata nella biografia di Sylvia Nasar. Diretto da Ron Howard, annovera nel cast attori del calibro di Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris e Paul Bettany.

Il ventunenne John Nash (Russell Crowe) entrato nell’università di Princeton, nel New Jersey, per conseguire il dottorato, è un individuo disturbato, ossessionato dall’obiettivo di conseguire un’ “idea originale”; conosce alcuni compagni di studi, ma l’unico che chiama amico è il suo compagno di stanza Charles Henman (Paul Bettany), oltre alle formule matematiche. Etichettato come particolare, strano o anche pazzo, John è estremamente diretto, il che ostacola molto le sue relazioni; a parte questo, elabora algoritmi e teorie per spiegare il movimento dei piccioni su un prato, la traiettoria di una donna che insegue uno scippatore, lo spostamento dei bambini che giocano a palla, ma non riesce a trovare l’Idea. Fino a che riesce a sviluppare la cosiddetta Teoria dei Giochi: la scoperta gli permette di trovare un posto al MIT (Massachussetts Institute of Technology) di Boston, oltre a collaborazioni con l’esercito per le sue abilità di decodificatore. Conosce in questo modo l’eminenza grigia William Parcher (Ed Harris), che si presenta come personalità eminente nei servizi segreti americani, e lo assolda per decifrare codici nascosti nei periodici: la missione di John sarà impedire che i russi facciano detonare in territorio americano un dispositivo nucleare trafugato a Berlino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, John comincia riluttante a insegnare all’università, dove conosce Alicia (Jennifer Connelly, premio Oscar per migliore attrice non protagonista), brillante studentessa di fisica: sopportando l’iniziale ruvidità del professore e le successive stranezze nel loro rapporto, Alicia riesce ad amare John, contraccambiata. Inoltre l’uomo incontra dopo molto tempo il suo vecchio amico Charles, e la sua nipotina.

Quando sembra che la carriera e la vita di John abbiano raggiunto l’apice, una notte il professore viene coinvolto in una sparatoria tra William Parcher e due misteriosi individui: comincia a temere per Alicia, divenuta sua moglie, e le consiglia di andare a vivere dalla madre di lei. Ma la donna si insospettisce, fino a richiedere l’intervento del dottor Rosen (Christopher Plummer), noto psichiatra: durante una conferenza matematica, John viene avvicinato, fermato e costretto a collaborare. Si scopre così che William Parcher, Charles Henman e sua nipote sono prodotti della sua mente: John è affetto da schizofrenia acuta, ma non riesce a crederci. Convinto di essere deportato dai russi, è portato in un ospedale psichiatrico per essere sottoposto a cure mirate con shock insulinico e massicce dosi di farmaci. Un anno dopo, John, ormai papà, è ritornato a casa, ma non ha sconfitto le allucinazioni: anzi, ritorna a vedere William e Charles, che lo persuadono di essere reali. Ingannata da alcuni miglioramenti, Alicia abbassa la guardia, ma dopo che John mette in pericolo la vita del figlio, intende andarsene: in un lampo il marito si rende conto che la nipotina di Charles non è mai cresciuta, perciò non può essere reale, e Alicia è convinta a rimanere. Il dottor Rosen, interpellato nuovamente, permette che John sia ricoverato nella propria casa e sia accudito dalla moglie.

Passano gli anni. John combatte con difficoltà contro le allucinazioni, contro l’affetto che prova per gli amici prodotti dalla sua mente; ottiene un posto come bibliotecario a Princeton, ma viene subito etichettato come matto. Però continua anche i suoi calcoli e le sue teorie: un giorno viene avvicinato da uno studente che ha studiato le sue teorie, e gli sottopone alcune sue elaborazioni; in poco tempo John fornisce delle delucidazioni in biblioteca a un folto gruppo di studenti. Il rettore dell’università, un suo vecchio compagno di studi, gli permette di riprendere l’insegnamento. Nel 1994, John Nash riceve il premio Nobel in Economia per la sua Teoria dei Giochi, testata d’angolo nell’economia moderna: durante la cerimonia, nel suo discorso John dichiara di non aver mai capito le misteriose equazioni dell’amore, ma di aver trovato in esse, anzi in sua moglie Alicia, il motivo, le ragioni: “Tu sei tutte le mie ragioni”.

La cosa più sorprendente del film è, a mio parere, la capacità che ha di indurre lo spettatore stesso a seguire l’odissea di John, a credere nelle stesse cose in cui crede lui; poi, quando ci si convince della verità, si prova una sorta di affetto nostalgico per i prodotti della mente del matematico, come bei ricordi di un passato diverso dal presente. A parte questo, di grande impatto è la scena della “consegna delle penne”: tutti i docenti dell’Università di Princeton, nella sala da pranzo, appoggiano la propria penna sul tavolo di un professore, per manifestargli il loro rispetto. John aveva già assistito a questa cerimonia di tradizione da studente, ma mai avrebbe pensato che sarebbe successo a lui, quando viene informato di essere stato nominato al premio Nobel. Impressionante è, infine, oltre alla straordinaria capacità recitativa di Russell Crowe, la forza di volontà del personaggio da lui interpretato, la sua serena rassegnazione a dover ignorare un caro amico, un affettuosa nipotina acquisita e un capo di lavoro che gli aveva permesso di sfruttare appieno le sue capacità. Ignorare, perché le visioni non sarebbero mai scomparse: ma come detto sopra, erano una specie di ricordi; e come John Nash, tutti sono perseguitati dal passato.





Anno all’estero: luci e ombre

29 01 2010

di Maddalena Argiropoulos

In IV E sei ragazzi hanno presentato le loro diverse esperienze di vita all’estero, che vanno da un mese in Cina al semestre in Australia.

Si sceglie di vivere un periodo in u paese straniero inizialmente per apprendere bene una lingua, ma soprattutto per conoscere una nuova cultura, nuovi stili di vita e per crescere individualmente  e come cittadini di questo mondo.

Il percorso per partire non è facile, innanzitutto ci si deve informare tramite depliant e internet delle associazioni che organizzano da anni queste proposte, poi si farà un colloquio con uno psicologo che verificherà la vostra idoneità, infine bisognerà fare un dossier di partecipazione tramite il quale sarete scelti da una famiglia ospitante, che include hobby e foto. Uno dei problemi maggiore è che non si sa in quale zona del paese si andrà ( per paesi estesi come l’Australia, le differenze tra zone interne non sono irrilevanti) prima di due settimane dalla partenza. Un mese e mezzo prima della partenza ci sarà un incontro di orientamento di due giorni a Verona o Milano dove vengono spiegate le realtà dei diversi paesi. Ma sicuramente tutto questo impegno è ripagato da un’esperienza unica.

Un mese in Cina ‘Ho frequentato un corso per stranieri perché le scuole erano chiuse d’estate, eravamo soprattutto italiani. Il nostro maestro era cinese e abbiamo fatto diverse lezioni da cinese a pittura. L’istruzione è presa molto seriamente. Ho vissuto in una città non molto grande i cui giovani erano stati mandati nelle grandi città per studiare, c’era un tempio buddista e strutture tipiche cinesi, nel centro c’erano molti centri commerciali e grattacieli, ma girando l’angolo si vedevano le case-baracca dove vivono milioni di persone. Per spostarsi usano motorini elettrici e comunque lo strato di smog è permanente, infatti è difficile vedere il sole  senza una velatura grigia. Ho conosciuto le abitudini più strane ad esempio dopo cena (circa 18.30) tutti escono a ballare insieme per digerire meglio. Non credo che un  mese sia stato sufficiente’

Trimestre in Nuova Zelanda ‘Abbiamo vissuto in un paese vasto come l’Italia, ma con soli 4 milioni di abitanti, quindi erano frequenti i paesaggi completamente naturali. Le spiagge  e le colline sono uno spettacolo unico. In nuova Zelanda vivono discendenti degli inglesi e i Maori. La scuola è molto più rilassata che da noi, hanno solo sei materie e fanno molto sport, come rugby e golf. Le persone sono molto aperte e disponibili, l’importante è fare il primo passo quando si è in famiglia e non rinchiudersi nella propria camera.’

Semestre in Australia ‘è molto vasta e molto diversa, a nord c’è la foresta tropicale, al centro il deserto, a sud arrivano le correnti dal Polo Sud. Le scuole hanno un sistema universitario e comunque si studia meno che da noi, infatti molti giovani dopo scuola lavorano. Melbourne e Sidney sono cosmopolite e molto vivibili, si trova un diverso pezzetto di mondo in ogni via. Gli australiani sono molto aperti, curiosi e amano le feste. Ci hanno coinvolto nelle loro vite invitandoci alla festa di fine anno, ai barbecue e molto altro ancora che è difficile riuscire a spiegare’.





Videocracy

29 01 2010

di Dario Amadori

Videocracy vuole trasmetterci un semplice messaggio: agli italiani piace la televisione. Ma questo lo sapevamo già. Ciò che forse non sapevamo, è che il piccolo schermo è diventato, a partire dagli ultimi anni ’70, un potentissimo strumento di propaganda politica utilizzato soprattutto, come dimostra con insistenza la pellicola, dall’attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

La proiezione intreccia tre soggetti principali in un documentario che parte da un sexy quiz televisivo in bianco e nero chiamato “Spogliamoci Insieme” che ha dato via all’enorme flusso di veline che hanno occupato i programmi televisivi in tutti questi anni. I personaggi che spiccano in questa analisi dei canali televisivi italiani sono Silvio Berlusconi, Fabrizio Corona e il suo stretto rapporto con Lele Mora e un ragazzo che vuole sfondare nel mondo televisivo unendo il karate alla musica. Egli è però messo in ombra dalle aspiranti veline, che sono tante e che ormai sono essenziali per dei canali televisivi commerciali come quelli italiani. Berlusconi e Corona sono “accusati” di aver accelerato il processo di “commercializzazione” della tv italiana insieme a Mora. E’ interessante notare che il regista di questo film è italo-svedese ed ha deciso di fare questo film proprio perché in Svezia la pubblicità è VIETATA, ed è rimasto stupito da quanti spot separano un programma dall’altro nei canali italiani.

Credo che questo documentario sia interessante, e che dobbiamo meditare sul fatto che il nostro Presidente del Consiglio possieda tre canali televisivi e il controllo su diversi quotidiani. La domanda che nasce da queste informazioni merita una risposta: le notizie che ci arrivano da televisione e giornali sono condizionate?

Finito il film è iniziato un dibattito della durata di circa 30 minuti, in cui s è discusso del motivo per cui gli italiani non si ribellano a questa televisione “monopolizzata” da pochi e se davvero siano contenti di avere una scelta di programmi televisivi abbastanza scarsa: i reality e le trasmissioni più leggere regnano, i programmi “seri” scarseggiano. Ma voi appoggiate il Grande Fratello o Ballarò? Forse Videocracy vuole farci capire che il futuro della televisione italiana dipende da noi.








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